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sabato 25 luglio 2009

Assenza giustificata

Mi rendo conto di essere sparita da un po' di giorni, ma ho un'ottima scusante: devo riprendermi da un attacco di acuta depressione.

Infatti, non ho nemmeno fatto in tempo a confessare la mia nuova, insana passione per la versione tedesca di Tempesta d'amore, che ho dovuto smettere di guardarla.

Il motivo?

L'orario di programmazione casalinga-disperata-style, ovvero tra le 15.15 e le 16, con una precisione maniacale che solo i tedeschi possiedono.

Purtroppo, ad un simile orario, ora sono in ufficio, perchè da martedì scorso ho trovato ufficialmente un lavoro dopo quasi quattro mesi di ferie non programmate (leggasi anche: disoccupazione).

E qui si pone un altro motivo che accentua il mio problema depressivo: il tag di cui questo post fa parte, infatti, era stato creato appositamente per documentare l'assurda odissea giornaliera della ricerca di un lavoro, e invece ora si ritrova morto praticamente neonato.

Vabbè, mi consolo pensando che la soap tedesca, volendo, la potrei vedere anche nei video che il sito del canale televisivo pubblica giornalmente su internet, anche se, devo ammettere, spero di non cadere in un simile tunnel, perchè sarebbe davvero troppo perfino per me.

Mi dispiace di più per il mio tag Work in Progress.

Pazienza, lo tengo in stand-by.

Hai visto mai che non mi rinnovino il lunghissimo contratto di un mese e mezzo che mi hanno fatto, posso sempre ricominciare a scriverci a settembre.

lunedì 29 giugno 2009

Una nuova carriera alle porte!

Non sono mai stata capace di prendermi cura dei miei capelli.

Non nel senso che non li lavo, intendiamoci: anzi, probabilmente li lavo anche troppo, ma preferisco evitare di doverli strizzare e ricavarci l'olio per il motore della macchina.

Non me ne so prendere cura nel senso che non ho dimestichezza con tutti quegli aggeggi inventati per stirare, arricciare, piegare o acconciare la preziosa chioma.

Il destino benevolo, però, ha fatto sì che io fossi dotata di una semplice capigliatura spaghettiforme, di quelle che, per quanto impegno ci si possa mettere, non si possono obbligare a cambiare la loro natura.

Quindi, per quanto mi riguarda, è sufficiente tenere i capelli abbastanza lunghi da evitare di dover forgiare una qualsiasi piega che non sia la fluente e informe cascata.

La mia unica incombenza è quella di pettinarli regolarmente, per evitare la formazione di pericolosi nidi di rondine.
Per il resto, durante i periodi di caldo, posso tranquillamente mandare in vacanza il phon, tanto il fatto di asciugare all'aria non li porta ad assumere alcuna caratteristica diversa dal solito.

Ecco perchè questa mattina, quando il mio Eroe ha desiderato che gli spuntassi la chioma che, per lui, aveva raggiunto lunghezze insopportabili, mi sono sentita in dovere di metterlo in guardia sui possibili danni che avrei potuto fare cimentandomi in un'impresa inedita come quella di parrucchiera di fiducia.

Incurante del pericolo, ma soprattutto conscio di avere davanti a sè una settimana di ferie per far ricrescere i capelli in caso di catastrofe naturale, l'Eroe ha posto la sua testa e un paio di foribici nelle mie mani e mi ha lasciato carta bianca, probabilmente ripassando mentalmente la sua collezione di cappellini che gli avrebbero permesso di uscire di casa comunque.

E così, armata solo del mio estro artistico, mi sono cimentata nell'impresa e, non so se per fortuna con la C maiuscola o se per talento (molto) nascosto, il risultato non è stato l'attesa ecatombe, ma ha perfino passato l'esame della suocera, che di solito sui capelli del figlio è incontentabile.

A questo punto, si è imposta una riflessione.

Cioè, non so se rendo l'idea, ma io da tre mesi cerco lavoro, spedisco curricula anche per i posti più impensati e non vengo presa in considerazione nemmeno per fare la cassiera al supermercato o per lavorare di nuovo in un cinema.

Potrei intraprendere una nuova, inedita carriera, alla quale non avevo mai pensato: la parrucchiera.

L'unico problema è che un'oretta abbondante per spuntare un paio di centimetri di capelli, forse, è un po' troppo.

Specie se si è fatto tutto tagliando a caso e cercando di rimediare, sempre a caso, nei punti in cui si notavano preoccupanti scalini.

martedì 16 giugno 2009

I colloqui nelle agenzie per il lavoro

Come ho dichirato nel post precedente, il mio attuale status lavorativo è uno di quelli più di moda negli ultimi mesi: disoccupata.

E, come ogni disoccupata che si rispetti, sono alla continua e infruttuosa ricerca di un qualunque lavoro rispettabile (vale a dire che non sono ancora così disperata da rivolgere i miei pensieri ad attività estremamente remunerative, ma al di fuori dei confini della legalità).

Purtroppo, per raggiungere l'agognato traguardo di un posto di lavoro, al giorno d'oggi si deve passare quasi sicuramente per uno step denominato colloquio presso un'agenzia di lavoro.

Infatti, pare che i colloqui diretti con le aziende siano diventati rari come i tartufi bianchi e le tigri del Bengala: se vuoi lavorare, devi passare prima per le forche caudine dell'interinale, poi, forse, se compi un sacrificio in onore della Dea Kalì, puoi sperare in un'assunzione degna di tal nome.

Ho perso il conto delle agenzie interinali che ho girato, ho smesso di cercare di ricordare i loro nomi improponibili e ormai so cosa mi aspetta ogni volta che varco una di quelle soglie.

Nonostante questo, non posso fare a meno di chiedermi se non sia possibile apportare qualche modifica alla prassi di colloquio, allo scopo di evitare inutili perdite di tempo, sia al mendicante lavoro, sia all'addetto dell'agenzia che ormai odia i mendicanti.

Il primo passo del colloquio è la compilazione di una scheda di dati, che porta via più tempo della lettura dell Rechrche di Proust.
E finchè devo scrivere dati come il mio codice fiscale, la mia disponibiltà di orario o di un mezzo di trasporto autonomo mi va bene: ma mi si spieghi perchè devo scrivere a mano le mie conosconze linguistiche e informatiche, i miei studi e le mie esperienze lavorative se queste sono già elencate in maggior dettaglio nel curriculum stampato che mi è stato detto di portare quando ho preso appuntamento per il colloquio.

Finalmente completata la stesura della scheda enciclopedica, si comincia con il colloquio vero e proprio.

Prima domanda dell'intervistatore: quali sono le sue esperienze professionali?

...

E quali vuoi che siano?
Non penserai mica che siano quelle elencate in dettaglio nel mio curriculum e che ho anche vergato a mano personalmente nella tua scheda?
Ma certo che no, quelle sono le esperienze lavorative della mia vicina di casa, è ovvio.
Io ho fatto la contorsionista al Circo Orfei e la collaudatrice di auto di Formula Uno, mica l'impiegata e la cameriera...

Il colloquio si conclude con la consegna del biglietto da visita dell'intervistatore (se mi ricordassi dove li ho messi tutti, probabilmente potrei compilarci un intero album di figurine Panini), nel quale si riporta il ruolo del suddetto, che di solito suona come un improbabile Account Manager o qualcosa di simile.

E ovviamente, l'immancabile promessa: ci sentiamo appena abbiamo di disponibile qualcosa adatto alle sue caratteristiche.

Delle due, l'una: o io ho delle caratteristiche talmente eccezionali da non essere adatta a nessun tipo di lavoro, oppure tutti quegli Account Managers con le loro schede enciclopediche mi hanno sempre presa per il culo.

In tutta questa inutile pantomima, si aggiunga che le agenzie per il lavoro sono di solito collocate nei centri delle città, in zone a traffico limitato o composte solo da sensi unici che ti mandano sempre in direzione opposta a quella che ti serve.

E, invaribilmente, lontane da qualsiasi parcheggio.

Se il colloquio presso un'agenzia di lavoro fosse esistito nel Medio Evo, Dante di sicuro l'avrebbe scelto come punizione in uno dei gironi dell'Inferno.

Per colpe estremamente gravi.